Ashtavakra Gita: Il canto della libertà assoluta

Esiste un testo, nella vasta letteratura spirituale indiana, che brucia ogni illusione come un fuoco ardente. Non offre consolazioni graduate, non propone tecniche o pratiche preparatorie, non accetta compromessi con l'ego. Dichiara semplicemente, con una radicalità che toglie il fiato, la verità ultima: tu sei già libero, sempre sei stato libero, la tua natura essenziale è libertà assoluta. Ogni ricerca, ogni sforzo spirituale, ogni pratica di purificazione, se basata sull'assunto che tu non sia già quella Coscienza infinita che cerchi, è fondamentalmente errata.

L'Ashtavakra Gita, uno dei testi più diretti e non-dualistici della tradizione vedantica, presenta un dialogo tra il saggio Ashtavakra e il re Janaka. Non è un manuale di meditazione, non è una guida graduata alla realizzazione spirituale. È piuttosto un'esplosione di verità che demolisce ogni struttura concettuale, ogni identificazione limitante, ogni residuo di dualità. Swami Chinmayananda, maestro contemporaneo del Vedanta e fondatore del movimento Chinmaya, nel suo commento a questo testo, rende accessibile questa filosofia radicale senza diluirne la potenza, mostrando come l'Advaita Vedanta, la non-dualità, non sia una teoria astratta ma la descrizione diretta della realtà così com'è.

La radicalità dell'istantaneità

La maggior parte delle tradizioni spirituali propone un percorso: purifica la mente, sviluppa concentrazione, coltiva virtù, medita per anni, gradualmente realizzerai la verità. L'Ashtavakra Gita sovverte completamente questo paradigma. Già nel primo capitolo, Ashtavakra dichiara a Janaka: "Tu sei quella Coscienza pura, testimone immutabile di tutto ciò che accade. La tua schiavitù consiste solo nel credere di essere altro da questo."

Non c'è progressione temporale nella realizzazione del Sé. Il Sé non è qualcosa da raggiungere nel futuro attraverso lo sforzo accumulato. È la realtà presente, qui e ora, oscurata solo dall'ignoranza fondamentale che si identifica con il corpo, la mente, le emozioni. Quando questa identificazione viene vista per ciò che è, un errore cognitivo fondamentale, la liberazione è istantanea. Non si tratta di diventare qualcosa ma di riconoscere ciò che già sei.

Chinmayananda sottolinea come questa immediatezza non significhi che la realizzazione sia facile o comune. Il riconoscimento richiede una maturità spirituale straordinaria, una capacità di discriminazione acuta, un coraggio intellettuale che pochi possiedono. Ma quando c'è la comprensione autentica, non mediata da concetti, diretta come la percezione del sole a mezzogiorno, la trasformazione è immediata e irreversibile.

L'illusione del cercatore

Uno degli insegnamenti più destabilizzanti del testo riguarda la natura stessa della ricerca spirituale. Chi è che cerca la liberazione? L'ego, l'identità limitata che si sente incompleta, separata, bisognosa di qualcosa. Ma questa stessa entità è il problema, non la soluzione. L'ego non può raggiungere l'illuminazione perché l'illuminazione è il riconoscimento che l'ego non è mai esistito come entità reale e separata.

È come se un'onda nell'oceano cercasse disperatamente di diventare oceano, non riconoscendo di essere già, da sempre, oceano espresso in una forma particolare. La ricerca stessa perpetua la separazione. Ogni sforzo per diventare illuminati rafforza sottilmente la credenza di non esserlo già. Questo è il paradosso crudele della via spirituale: lo sforzo necessario per maturare la comprensione può diventare l'ostacolo finale.

Chinmayananda chiarisce questa apparente contraddizione distinguendo tra la preparazione della mente e la realizzazione vera e propria. Le pratiche spirituali, la meditazione, lo studio delle scritture, servono a purificare la mente, a renderla sufficientemente sottile e ricettiva. Ma la realizzazione finale è un salto, un'inversione di prospettiva che non può essere graduale. O vedi o non vedi. Non esiste una visione parziale della propria natura essenziale.

Testimone immutabile

Il concetto centrale dell'Ashtavakra Gita è quello del Sakshi, il Testimone. Tu non sei i pensieri che attraversano la mente, non sei le emozioni che sorgono e passano, non sei le sensazioni corporee che cambiano continuamente. Sei la Coscienza che testimonia tutto questo, immutabile, non toccata da ciò che osserva, come lo schermo cinematografico non è toccato dalle immagini proiettate su di esso.

Questa prospettiva dissolve immediatamente ogni problema psicologico. Ansia, depressione, paura, rabbia, diventano fenomeni che accadono nella coscienza, non alla coscienza. Il Testimone osserva la mente ansiosa senza essere ansioso, vede l'emozione della rabbia senza identificarsi con essa. Non c'è repressione, non c'è negazione, ma nemmeno coinvolgimento. C'è semplice presenza consapevole.

Chinmayananda enfatizza come questa non sia una pratica meditativa da coltivare ma il riconoscimento di ciò che è già sempre vero. Non devi diventare il Testimone, lo sei già. L'illusione consiste nel credere di essere altro, nel perdersi nell'identificazione con gli oggetti della percezione. Quando questa identificazione cessa, non rimane nulla da fare. La libertà non è uno stato da raggiungere ma la natura essenziale, sempre presente, del Sé.

Trascendere virtù e vizio

Un aspetto particolarmente provocatorio del testo è la sua posizione rispetto all'etica convenzionale. Per il jnani, colui che ha realizzato il Sé, non esistono più distinzioni rigide tra virtù e vizio, merito e demerito. Queste categorie appartengono al regno della dualità, sono relative, dipendenti dal contesto e dalla prospettiva. Chi ha realizzato la propria identità con la Coscienza assoluta trascende queste distinzioni senza negarle sul piano pratico.

Questo non è nichilismo morale o licenza per comportamenti egoistici. Il jnani agisce spontaneamente in armonia con il dharma, l'ordine cosmico, non per paura di conseguenze o desiderio di ricompense ma perché ha trasceso la separazione che genera comportamenti dannosi. Non c'è più un "io" separato che potrebbe beneficiare dall'egoismo. L'azione diventa espressione naturale della saggezza, non calcolo morale.

Chinmayananda è attento a contestualizzare questi insegnamenti. Avverte che sono rivolti a cercatori maturi, non a persone che cercano giustificazioni per comportamenti irresponsabili. Prima della realizzazione del Sé, le distinzioni etiche sono essenziali, guidano verso la purificazione necessaria. Ma nel riconoscimento finale, si comprende che virtù e vizio sono concetti che si applicano alla personalità apparente, non alla Coscienza che li testimonia.

Il mondo come apparenza

L'Ashtavakra Gita afferma ripetutamente che il mondo intero è maya, illusione o apparenza. Questo non significa che il mondo sia letteralmente inesistente, una fantasia soggettiva. Significa che la sua realtà è di ordine diverso rispetto alla Coscienza assoluta. Il mondo appare, cambia, scompare. La Coscienza è la base immutabile in cui tutto questo accade.

L'analogia classica è quella del sogno. Durante il sogno, le esperienze sembrano reali, coinvolgenti, piene di significato. Al risveglio, si riconosce che erano proiezioni della propria mente, prive di esistenza indipendente. Allo stesso modo, dal punto di vista della Coscienza risvegliata, l'intero universo manifesto è un gioco di apparenze nella Coscienza, senza realtà sostanziale separata.

Chinmayananda enfatizza che questa comprensione non porta al disimpegno o alla passività. Il jnani continua a vivere nel mondo, a svolgere azioni, a relazionarsi con gli altri. Ma tutto questo accade con la comprensione che è un gioco divino, una danza cosmica senza scopo ultimo se non la gioia dell'espressione stessa. La serietà greve con cui identifichiamo le nostre vite, i nostri progetti, le nostre preoccupazioni, viene vista per ciò che è: attaccamento a forme transitorie.

Libertà dal desiderio

Un tema ricorrente è la liberazione dal desiderio. Non si tratta di reprimere i desideri attraverso la disciplina ascetica o il controllo forzato. Si tratta di comprendere che tutti i desideri nascono dalla falsa credenza di essere incompleti, di mancare di qualcosa. Quando si riconosce la propria natura come Coscienza piena, completa in sé stessa, il desiderio perde la sua urgenza compulsiva.

Possono ancora sorgere preferenze, inclinazioni naturali, ma non c'è più quell'elemento di bisogno disperato, quella sensazione che la felicità dipenda dall'ottenimento dell'oggetto desiderato. Il jnani può godere di ciò che la vita offre senza attaccamento, può agire efficacemente nel mondo senza essere mosso da bramosie o avversioni profonde.

Chinmayananda distingue tra desideri che nascono dall'identificazione con l'ego e preferenze naturali che possono esistere anche dopo la realizzazione. Il punto non è diventare robot privi di emozioni o inclinazioni, ma riconoscere che la propria essenza non dipende da nulla di esterno. Questa comprensione porta a una libertà paradossale: si può godere pienamente dell'esperienza proprio perché non se ne ha bisogno per essere completi.

La dissoluzione del praticante

L'Ashtavakra Gita dichiara che per il realizzato non esiste più la meditazione, non esistono pratiche spirituali, non esiste nemmeno il dharma convenzionale. Questo perché queste attività presuppongono un praticante, un "io" che deve fare qualcosa per raggiungere qualcosa. Ma quando viene riconosciuto che quell'io è un'illusione, che c'è solo Coscienza che appare come molteplicità, su chi ricadrebbe l'obbligo di praticare?

Questo non significa che le pratiche spirituali siano inutili. Per la vasta maggioranza degli esseri umani, identificati con il corpo-mente, le pratiche sono essenziali per purificare la mente e prepararla al riconoscimento. Ma vengono viste per ciò che sono: mezzi provvisori, stampelle da abbandonare quando non sono più necessarie.

Chinmayananda racconta la metafora della spina che serve a rimuovere un'altra spina. Una volta rimossa la spina dolorosa dell'ignoranza, anche la spina della pratica spirituale viene gettata via. Il pericolo è fare della pratica stessa un'identità, diventare "praticanti spirituali" in modo che rafforzi sottilmente l'ego invece di dissolverlo. La vera maturità spirituale sa quando abbandonare anche la via spirituale.

Chinmayananda come ponte

Il contributo di Swami Chinmayananda sta nel rendere accessibile questo insegnamento radicale senza tradirne l'essenza. La sua è una voce moderna che parla a una mente contemporanea, usa esempi quotidiani, anticipa obiezioni, chiarisce fraintendimenti. Allo stesso tempo, rimane fedele alla tradizione vedantica, radicato nelle Upanishad e nella Brahma Sutra.

Chinmayananda era consapevole che l'Ashtavakra Gita può essere pericolosa nelle mani sbagliate. Un ego immaturo può usare questi insegnamenti per giustificare irresponsabilità, per evitare il lavoro di auto-trasformazione necessario, per rifugiarsi in una pseudo-non-dualità che è solo negazione nevrotica. Per questo il suo commento insiste sulla necessità di discriminazione, sulla comprensione dei livelli di realtà, sulla preparazione etica e meditativa.

La forza del suo approccio sta nel mantenere la tensione tra l'assoluto e il relativo. Sì, dal punto di vista ultimo, sei già libero e non c'è nulla da fare. Ma dal punto di vista relativo, finché permane l'identificazione con il corpo-mente, le pratiche sono necessarie. Il segno della maturità è saper navigare questi livelli senza confonderli, riconoscendo la verità di entrambi nei loro rispettivi contesti.

Vivere la non-dualità

La domanda inevitabile è: come si vive concretamente da questa comprensione? Se tutto è Coscienza e l'ego è illusione, come si funziona nel mondo pratico con le sue esigenze, responsabilità, relazioni? L'Ashtavakra Gita, con la sua enfasi sull'assoluto, non offre molti dettagli pratici. Chinmayananda colma questa lacuna mostrando come la realizzazione non-duale non cancelli la personalità ma la trasformi radicalmente.

Il jnani continua ad avere un corpo, preferenze, talenti, un ruolo nel mondo. Ma tutto questo viene vissuto con leggerezza, senza la pesantezza dell'identificazione. È come un attore che recita una parte sapendo di essere attore. Si può dare pienamente alla performance senza confondere il personaggio con la propria identità reale. Allo stesso modo, il realizzato vive la vita con piena presenza e impegno, ma senza la sofferenza che nasce dall'identificazione.

Nelle relazioni, questa comprensione porta a una forma paradossale di intimità. Da un lato, c'è il riconoscimento che non esiste separazione reale, che la Coscienza dell'altro è la stessa Coscienza che guarda da questi occhi. Questo genera una compassione naturale, un senso di unità che trascende le divisioni apparenti. Dall'altro lato, non c'è più l'attaccamento nevrotico, il bisogno che l'altro sia in un certo modo per la nostra completezza. L'amore diventa dono spontaneo, non scambio bisognoso.

Oltre il conforto spirituale

L'Ashtavakra Gita non offre consolazioni. Non promette che la vita diventerà più facile, che i problemi scompariranno, che raggiungerai pace e beatitudine perpetue. Promette qualcosa di più radicale e meno confortante: la libertà assoluta dal bisogno che le cose siano diverse da come sono. Questa libertà include la libertà dalla sofferenza ma non necessariamente l'assenza del dolore. Il corpo può ancora ammalarsi, le perdite possono ancora accadere, ma non c'è più nessuno che ne sia fondamentalmente toccato.

Questo può sembrare freddo, disumano. Ma Chinmayananda mostra come sia esattamente l'opposto. La vera compassione nasce proprio da questa libertà. Chi è ancora imprigionato nella propria sofferenza psicologica ha energie limitate per gli altri. Il realizzato, libero dal dramma personale, può rispondere alla sofferenza altrui con presenza piena, senza esserne sopraffatto, senza proiettare le proprie paure.

Il testo non promette nemmeno esperienze mistiche straordinarie, stati alterati di coscienza, visioni divine. Queste possono accadere o non accadere, sono irrilevanti. La realizzazione del Sé non è un'esperienza particolare ma il riconoscimento della base di tutte le esperienze. Non è qualcosa di spettacolare ma di ordinario, sempre presente, così vicino da essere continuamente trascurato.

Verso la libertà incondizionata

L'Ashtavakra Gita, nel commento illuminante di Swami Chinmayananda, rappresenta la voce più radicale della non-dualità. Non fa compromessi, non offre stadi intermedi di consolazione, non vende speranze di progresso graduale. Dichiara semplicemente: tu sei QUELLO, la Coscienza infinita, qui e ora. Ogni credenza contraria è ignoranza da dissolvere attraverso la discriminazione e l'indagine.

Questo insegnamento non è per tutti. Richiede una combinazione rara di preparazione intellettuale, maturità emotiva, coraggio esistenziale. Richiede la disponibilità a lasciare andare ogni identità, anche quelle spirituali, anche l'identità di cercatore. Richiede di morire psicologicamente a tutto ciò che si credeva di essere.

Per chi è pronto, però, questo testo può operare come una bomba che distrugge ogni costruzione mentale, lasciando solo la chiarezza luminosa della Coscienza che era sempre stata lì, nascosta in bella vista. Non offre una nuova credenza da adottare ma invita al riconoscimento diretto, non mediato, della propria natura essenziale.

In un mondo spirituale spesso commercializzato, dove la ricerca diventa consumo di tecniche e insegnamenti, dove l'ego si traveste da aspirante illuminato, l'Ashtavakra Gita è una voce di sanità radicale. Ci ricorda che la liberazione non si compra, non si accumula, non si raggiunge. È ciò che sei quando smetti di fingere di essere altro. È la libertà assoluta che rimane quando ogni storia su te stesso brucia nel fuoco della comprensione diretta.

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