Becoming Yourself: Teachings on the Zen Way of Life

Ci sono insegnanti che continuano a parlare a lungo dopo essersi fermati. Shunryu Suzuki è morto nel 1971, pochi mesi dopo l'uscita di Zen Mind, Beginner's Mind, il libro che ha fatto conoscere lo zen sōtō a generazioni di lettori occidentali e che da allora non ha mai smesso di essere ristampato. Becoming Yourself arriva più di cinquant'anni dopo e nasce dallo stesso giacimento, le conferenze tenute negli anni Sessanta al San Francisco Zen Center e a Tassajara, ma attinge a una parte del materiale rimasta finora inedita. La curatela è di Jiryu Rutschman-Byler e Sojun Mel Weitsman, due voci cresciute dentro la tradizione fondata da Suzuki, e la differenza si sente nella tenuta complessiva del testo.

Una frase apparentemente innocua

Tutto il libro ruota attorno a un'affermazione che Suzuki ripete in forme diverse. Il nostro modo di sedere serve a farvi diventare voi stessi. Detta così potrebbe sembrare uno slogan da manuale di crescita personale, ed è esattamente lì che il testo lavora meglio, perché smonta quel fraintendimento pagina dopo pagina. Diventare se stessi, nel vocabolario di Suzuki, non ha nulla a che vedere con il migliorarsi, con lo scoprire un potenziale nascosto o con il raggiungere una versione ottimizzata di sé. È il movimento opposto. È smettere di rincorrere una figura collocata nel futuro e accorgersi di essere già interamente qui, in questo corpo, in questa posizione, in questo respiro.

Suzuki lo dice con una chiarezza che non concede scorciatoie. Non si tratta di un'idea da capire, ma di qualcosa da provare. Il tono resta caldo, spesso divertito, mai predicatorio, e questa leggerezza è probabilmente il motivo per cui le sue parole hanno attraversato mezzo secolo senza invecchiare.

Il corpo prima dell'idea

Per chi lavora sul movimento e sulla consapevolezza corporea, la parte più preziosa è quella in cui Suzuki parla di postura. Nello zen sōtō sedersi non è la preparazione alla pratica, è la pratica. Il peso che scende, la colonna che si organizza senza irrigidirsi, il respiro che smette di essere qualcosa che si fa e diventa qualcosa che accade. Suzuki torna continuamente su questi dettagli con una precisione quasi artigianale, e chiunque abbia esperienza di lavoro somatico riconoscerà immediatamente il territorio.

Quello che colpisce è l'assenza di separazione tra corpo e mente nel modo in cui il tema viene trattato. Non esiste un momento in cui si sistema il corpo e poi si passa alla parte interessante. La postura è già il contenuto. È una prospettiva che dialoga bene con l'esperienza di chi pratica yoga o eutonia, dove la qualità dell'attenzione al peso e al sostegno cambia la sostanza stessa di ciò che si sta facendo.

Un maestro che non promette risultati

Suzuki non vende benefici. Non parla di riduzione dello stress, non elenca vantaggi, non suggerisce che la pratica renderà la vita più semplice. In un panorama editoriale saturo di mindfulness confezionata come strumento di performance, questa reticenza risulta quasi spiazzante, e fa bene. La pratica non serve a diventare qualcuno di diverso. Serve a stare, con tutto quello che sta già accadendo, comprese le giornate storte e le posture scomode.

C'è anche molto humour, spesso a spese di se stesso. Suzuki racconta i propri errori, si prende in giro, ridimensiona di continuo la solennità che i lettori occidentali tendevano a proiettare su di lui. È un antidoto efficace contro l'idealizzazione del maestro.

Cosa aggiunge rispetto al classico

Chi conosce Zen Mind, Beginner's Mind ritroverà la stessa voce, ma con una struttura più frammentaria. Sono interventi brevi, autonomi, a volte lievemente ripetitivi, che non costruiscono un percorso lineare. Questo è insieme il limite e la forza del libro. Non è un testo da leggere di seguito in una sera, funziona molto meglio in piccole dosi, aprendolo quasi a caso e lasciando che una pagina resti addosso per qualche giorno.

Al momento è disponibile in lingua originale, pubblicato nel 2025 da Penguin, e non esiste ancora una traduzione italiana. L'inglese di Suzuki, però, è quello di un uomo che parlava una lingua non sua e sceglieva parole semplici, il che lo rende sorprendentemente accessibile anche a chi non ha una padronanza avanzata.

Resta un libro che chiede poco e restituisce molto, a patto di non cercarci istruzioni. Suzuki non insegna come diventare se stessi. Fa notare che quel "diventare" è già il malinteso di partenza, perché non c'è nessuno da raggiungere in fondo al percorso.

C'è solo qualcuno che è già qui e che passa il tempo a cercarsi altrove.

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