Stephen W. Porges — La teoria polivagale
Ci sono libri che leggi e libri che ti riorganizzano il modo di guardare le cose. Quando Porges pubblica nel 2011 questo volume, l'universo delle terapie viene attraversato da una scossa. Un ricercatore che aveva passato quarant'anni a studiare il sistema nervoso autonomo porta le sue scoperte a un pubblico clinico affamato di strumenti nuovi per comprendere il trauma, l'ansia, la depressione. Da allora quel vocabolario si è diffuso ovunque, spesso ripetuto senza che chi lo usa abbia mai aperto la fonte. Vale la pena tornare al testo originale, anche perché è brillante e, va detto subito, non è una lettura semplice.
Le basi scientifiche in breve
La teoria nasce da un'osservazione anatomica precisa. Il nervo vago, principale via del sistema parasimpatico, non è una struttura uniforme ma un insieme di fibre che formano due circuiti distinti. Il ramo ventrale è la porzione più recente sul piano evolutivo ed è mielinizzata, cioè rivestita dalla guaina che consente trasmissioni nervose rapide e precise. Parte dalla regione ventrale del tronco encefalico e innerva anche i muscoli del volto, dello sguardo e della voce, il che spiega perché si attivi solo in condizioni di sicurezza percepita, quando cioè diventa possibile l'ingaggio sociale. Il ramo dorsale è invece più antico e privo di mielina, governa le funzioni viscerali di base e presiede alle risposte di immobilizzazione e collasso nelle minacce estreme. A questa gerarchia Porges affianca il sistema simpatico, responsabile della mobilitazione e delle reazioni di attacco o fuga. Il modello supera così la vecchia lettura duale che opponeva semplicemente attivazione e riposo, e descrive tre stati che si dispongono in ordine progressivo secondo la percezione del pericolo. Il parametro che consente di misurare il funzionamento di questo sistema è la variabilità della frequenza cardiaca, indice della capacità dell'organismo di adattarsi in modo flessibile alle diverse situazioni e di tornare alla calma una volta superata la minaccia. Va aggiunto, per onestà, che alcuni aspetti neuroanatomici della teoria restano oggi oggetto di discussione nella letteratura scientifica.
Il corpo che decide prima di noi
Il cuore della proposta di Porges è un'idea che ha qualcosa di vertiginoso. Buona parte di ciò che chiamiamo emozione, relazione, senso di sicurezza non nasce da un pensiero ma da un sistema che lavora sotto la soglia della coscienza. Il nervo vago non è un dettaglio anatomico da manuale, è il filo che tiene insieme il battito del cuore, il respiro, la voce, l'espressione del volto e la nostra capacità di stare in mezzo agli altri senza sentirci in pericolo. Prima ancora che tu decida se una persona ti fa stare bene, il tuo corpo ha già emesso il suo verdetto.
Porges chiama questo processo neurocezione. È la funzione che rileva il pericolo o la sicurezza in assenza di consapevolezza, una specie di sentinella silenziosa che scandaglia l'ambiente e gli altri corpi molto prima che entri in gioco la ragione. Chi ha attraversato esperienze traumatiche conosce bene questa sentinella, perché a volte suona l'allarme quando non ci sarebbe nulla da temere, e il corpo resta in stato di allerta anche dove ci sarebbe spazio per abbandonarsi.
Una gerarchia dentro il sistema nervoso
Il contributo tecnico che ha reso celebre la teoria è la lettura del sistema nervoso autonomo non come un semplice interruttore fra accelerazione e freno, ma come una struttura a più livelli sedimentati nel tempo evolutivo. C'è il ramo vagale più antico, che governa le risposte di immobilizzazione e collasso, quelle che scattano quando la minaccia sembra senza uscita. C'è il sistema che mobilita, che prepara alla lotta o alla fuga. E c'è il ramo più recente, quello che Porges collega al comportamento sociale, alla possibilità di regolarsi attraverso il contatto con l'altro, la voce calma, uno sguardo che rassicura.
Questa gerarchia spiega perché la sicurezza non sia un lusso ma una condizione neurofisiologica. Senza la sensazione di essere al sicuro, il corpo non accede allo stato in cui diventano possibili la connessione, il gioco, l'apertura. È un punto che risuona profondamente con chi lavora sul corpo e col movimento, perché conferma dal versante delle neuroscienze qualcosa che le pratiche somatiche sanno da tempo. La calma non si ottiene a comando, si costruisce creando le condizioni perché il sistema nervoso possa lasciarla emergere.
Perché parlarne qui
C'è un motivo se la teoria polivagale è entrata con tanta forza nel mondo dello yoga e delle discipline somatiche. Offre un ponte tra la ricerca scientifica e ciò che accade sul tappetino o nella stanza di pratica. Non a caso lo stesso Porges, negli anni successivi, ha esplorato la convergenza tra la saggezza delle pratiche tradizionali e le neuroscienze contemporanee sul terreno dell'autoregolazione e della resilienza. Il respiro lento, la voce, la qualità della presenza di chi guida non sono orpelli estetici. Sono leve dirette sul nervo vago, strumenti concreti che modulano lo stato del sistema nervoso.
Va detto con onestà che questo è il testo fondativo, il più rigoroso e anche il più impegnativo. Chi cerca un primo contatto più agile potrebbe partire dalla successiva guida discorsiva dello stesso autore, costruita apposta per rendere le idee più accessibili. Ma se si vuole andare alla radice, misurarsi con l'impianto teorico nella sua forma piena, è a questo volume che bisogna tornare. La fatica della lettura viene ripagata da una cosa rara, uno sguardo che tiene insieme il corpo e la mente senza sacrificarne nessuno dei due.