L'arte della gioia, Goliarda Sapienza
Ci sono libri che arrivano in ritardo e altri che arrivano troppo presto. Questo è arrivato troppo presto, poi è rimasto vent'anni in una cassapanca, e infine è tornato quando la sua autrice non c'era più. Finito di scrivere nel 1976, rifiutato dai principali editori italiani, stampato in pochissime copie da Stampa Alternativa, ottenne il giusto riconoscimento solo quando uscì all'estero, in Francia, Germania e Spagna. Goliarda Sapienza morì a Gaeta nel 1996, prima di vedere il proprio romanzo diventare un classico.
Quel rifiuto non fu un incidente di percorso. Fu la risposta prevedibile a un libro che non chiedeva permesso a nessuno, né sul piano della morale né su quello della forma. La libertà, in questo romanzo, non è un tema tra gli altri. È la materia stessa di cui è fatto, dentro la storia raccontata e dentro il modo in cui viene raccontata.
Una vita costruita fuori dalle regole
Nata a Catania il 10 maggio 1924, figlia della sindacalista Maria Giudice, prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino, e dell'avvocato socialista Giuseppe Sapienza, Goliarda cresce in una casa dove la politica è materia quotidiana. I genitori rifiutano di mandarla nella scuola fascista e la educano privatamente, arrivando a bruciarle la divisa scolastica. Imparare a disobbedire, per lei, viene prima di imparare a leggere in un banco.
A diciassette anni si trasferisce a Roma per diventare attrice e frequenta l'Accademia d'Arte Drammatica diretta da Silvio D'Amico, che però non porta a termine, preferendo il metodo Stanislavskij alla rigidità della formazione accademica italiana. Anche qui sceglie di uscire. Lavora nel cinema, attraversa il neorealismo, poi abbandona la scena per scrivere, e la scrittura le costa tutto, riconoscimento, denaro, stabilità. Passò alcuni giorni nel carcere romano di Rebibbia per aver rubato i gioielli di un'amica, esperienza da cui nacquero L'università di Rebibbia del 1983 e Le certezze del dubbio del 1987.
Vale la pena saperlo prima di aprire L'arte della gioia, perché la libertà di cui parla il romanzo non è una posa letteraria. È stata pagata, e il prezzo si sente in ogni pagina.
Modesta, e l'intelligenza che passa dal corpo
Modesta, soggetto principale del libro, nasce il primo gennaio del 1900 in una casa povera, in una terra ancora più povera, e fin dall'inizio è consapevole, con il corpo e con la mente, di essere destinata a una vita che va oltre i confini del suo villaggio. Da bambina viene mandata in convento, poi in una casa di nobili dove, grazie al talento e all'intelligenza, riesce a diventare aristocratica attraverso un matrimonio di convenienza, senza smettere di sedurre uomini e donne di ogni tipo. Attraversa la Grande Guerra, l'influenza spagnola, il fascismo, la seconda guerra mondiale e gli anni del dopoguerra.
Ciò che rende Modesta un personaggio così scomodo non è la trasgressione, che oggi scandalizza poco. È il fatto che la sua libertà non è mai un'idea astratta. Passa dalla carne, dalle scelte concrete, dal desiderio riconosciuto e non negoziato. Impara osservando, toccando, imitando posture e voci, misurando la propria fame. Sapienza la definisce potentemente immorale secondo la morale comune, una donna siciliana in cui si fondono carnalità e intelletto.
Per chi frequenta il lavoro somatico questa è una notizia familiare e insieme rara da trovare in letteratura, cioè che si diventa liberi da dentro, dal peso, dal respiro, dal contatto, e non soltanto dalle opinioni che si professano. Modesta si libera dai vincoli dei pregiudizi, dalle aspettative su di sé e su chi ama, dai legami soffocanti che chiamiamo amore. Non lo fa dichiarandolo. Lo fa abitando diversamente il proprio corpo.
Una scrittura che si prende le stesse libertà della sua protagonista
Qui sta la coerenza più radicale del libro. Sapienza non racconta una donna libera dentro una forma obbediente. Lascia che la libertà contagi anche la struttura. È un romanzo d'avventura, un'autobiografia immaginaria, un romanzo di formazione, ed è anche un romanzo erotico, politico, sentimentale, un'opera indefinibile piena di febbre e d'intelligenza. Nessuno di questi generi la contiene, e nessuno viene rispettato fino in fondo.
La voce narrante si sposta, passa dalla prima alla terza persona senza avvertire il lettore. Il dialetto siciliano entra e esce dal periodo letterario. Il tempo si dilata su una giornata e liquida un decennio in mezza pagina. Pagine di dialogo teatrale, retaggio evidente della sua formazione da attrice, si alternano a monologhi interiori densissimi e a riflessioni filosofiche buttate lì come battute. Cinquecentoquaranta pagine che cambiano registro ogni volta che serve.
Va detto con onestà che non è una lettura comoda, e che questo disorienta. Chi cerca una trama lineare farà fatica. Ma la forma non è un difetto e non è nemmeno una civetteria sperimentale. È il metodo, perché una vita costruita fuori dalle regole non poteva essere raccontata da una struttura ordinata senza tradirsi. Una scrittura ubbidiente avrebbe reso Modesta un personaggio addomesticato, ammirevole e innocuo. Sapienza sceglie invece di rischiare l'illeggibilità piuttosto che la buona educazione, e proprio per questo il libro fu rifiutato.
La gioia non è un umore, è una tecnica
Il titolo va preso alla lettera. Si parla di arte nel senso antico del termine, quindi di mestiere, esercizio, pratica ripetuta. Modesta attraversa bufere storiche e tempeste sentimentali protetta da un infallibile talismano interiore, l'arte della gioia. Non è ottimismo, non è leggerezza, non è il pensiero positivo che oggi circola confezionato. È una disciplina costruita dentro condizioni ostili, spesso durissime.
E la disciplina è precisamente ciò che rende possibile la libertà, non ciò che la limita. Modesta non è libera perché fa quello che vuole. È libera perché ha allenato la capacità di scegliere anche quando le circostanze le lasciano pochissimo margine, dentro il convento, dentro un matrimonio combinato, dentro il fascismo. Qui il romanzo tocca qualcosa che qualsiasi pratica contemplativa conosce bene. La gioia di cui parla Sapienza non nega il dolore e non lo attraversa in fretta. Si allena a stare nel vivo dell'esperienza senza chiudersi, e questo allenamento richiede tempo, ripetizione, attenzione al dettaglio corporeo.
Perché torna a parlarci adesso
Negli ultimi anni Goliarda Sapienza è tornata al centro dell'attenzione, anche grazie al film Fuori di Mario Martone, uscito nel 2025, dedicato alla sua parentesi carceraria. La riscoperta è meritata, e porta con sé un rischio, quello di trasformare una figura radicale in un'icona rassicurante, di quelle che si citano volentieri senza esserne disturbati.
L'arte della gioia resiste bene a questo trattamento. Continua a essere un libro fisico, scomodo, difficile da ridurre a frasi da appendere al muro. Chiede di essere letto per intero, con la lentezza che merita, e in cambio lascia una domanda che vale la pena portarsi addosso. Non tanto se siamo liberi, questione su cui tutti abbiamo un'opinione pronta, quanto se la nostra libertà arriva fino al corpo, fino al desiderio, fino al modo in cui occupiamo lo spazio e diciamo no. Modesta non offre consolazioni su questo punto. Suggerisce solo che è una cosa che si impara, e che si continua a imparare per tutta la vita.
Che è, in fondo, il modo più serio di essere generosi con un lettore.