Senzadio, Martín Caparrós

Ci sono libri che si presentano con modestia e altri che dichiarano subito le proprie intenzioni. Senzadio appartiene senza ambiguità alla seconda categoria. Martín Caparrós, cronista argentino tra i più importanti della sua generazione, lo definisce allo stesso tempo un saggio e un pamphlet, e il sottotitolo pone la domanda senza giri di parole. A cosa serve credere nell'incredibile?

Sono poco più di cento pagine, scritte con l'eleganza nervosa di chi ha passato cinquant'anni a raccontare il mondo per mestiere. Si leggono in un pomeriggio, ma lasciano addosso qualcosa che dura molto di più.

Un pamphlet che non chiede il permesso

Il libro nasce all'interno di una collana pensata per testi brevi, che sostengono una posizione e aprono una discussione invece di chiuderla. Caparrós prende questa formula alla lettera. Ricostruisce il percorso che ha portato uomini e donne a credere in poteri invisibili, attraversa le religioni che si sono imposte nella storia, ne valuta gli effetti e ne denuncia la forza di oppressione. Alla fine si concede persino una piccola proclamazione di speranza, quella di un mondo finalmente libero dalle divinità.

C'è un dettaglio linguistico che aiuta a capire il tono. In spagnolo la parola sindiós indica il caos, il disordine, una confusione senza capo né coda. Caparrós rovescia il senso comune del termine. Quello che per molti è smarrimento, per lui è la condizione adulta dell'umanità.

Gli dèi e il potere

Il cuore politico del libro sta nel rapporto tra fede e autorità. Caparrós ricorda che il cattolicesimo ha fatto da fondamento a molti dei regimi più conservatori del Novecento e osserva come oggi una parte della destra radicale occidentale stia riscoprendo il richiamo al sacro come strumento di consenso. I nomi sono quelli che ci si aspetta, da Trump a Milei, da Bolsonaro a Orbán, fino a Meloni. Per un lettore italiano il passaggio non è neutro, ed è giusto che non lo sia.

Una delle frasi più taglienti sostiene che gli dèi servono a giustificare l'ingiustificabile. È una formula efficace, quasi uno slogan, e qui sta insieme la forza e il limite del testo. Caparrós colpisce con precisione dove la religione si fa istituzione, gerarchia, controllo dei corpi e delle scelte, come nelle pagine dedicate al suicidio e all'eutanasia. Colpisce meno dove la fede è esperienza privata, ricerca, relazione con il mistero.

Il tono, va detto, è più disteso di quanto la premessa lasci immaginare. Ogni capitolo si chiude con alcuni versi, piccole istantanee ironiche e a tratti malinconiche, che alleggeriscono l'argomentazione senza smussarla.

E chi pratica?

Per chi frequenta lo yoga e le tradizioni contemplative, Senzadio è una lettura scomoda nel senso migliore del termine. Costringe a una domanda che spesso evitiamo. Quanto della nostra pratica poggia su un'esperienza verificabile nel corpo e nella mente, e quanto su credenze accettate perché suonano bene?

Allo stesso tempo, il libro lascia scoperto un territorio intero. Molte vie contemplative non ruotano attorno a un dio creatore e legislatore. Lo zen diffida di qualsiasi figura da adorare, e lo stesso Patañjali tratta Īśvara in modo così sobrio da aver alimentato secoli di dibattito sulla sua reale natura. Esiste una spiritualità senza dèi che Caparrós non esplora, forse perché fuori dal suo obiettivo polemico, forse perché la sua critica è rivolta alle religioni come sistemi di potere più che alle pratiche come strumenti di consapevolezza.

È proprio in questo spazio lasciato vuoto che il libro diventa interessante per noi. Non offre risposte su come vivere la dimensione interiore. Ci ricorda però che ogni pratica degna di questo nome dovrebbe reggere lo sguardo critico, e che il dubbio non è il contrario della ricerca ma una delle sue condizioni.

Cosa resta

Senzadio non è un trattato di storia delle religioni né un libro equilibrato, e non pretende di esserlo. È una presa di posizione netta, scritta da un autore che ha scelto da tempo di pensare controcorrente e che non ha alcun interesse a rendere le cose comode a chi legge. Si può dissentire da molte pagine, ed è probabile che accada. Ma è un dissenso che costringe a precisare le proprie ragioni, e questo è già molto.

Possiamo chiudere il libro in disaccordo con Caparrós. Difficilmente lo chiuderemo con le stesse certezze con cui lo avevamo aperto.

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L'arte della gioia, Goliarda Sapienza